giovedì 25 febbraio 2016

The Blues Brothers: Music from the Soundtrack - Gli originali

The Blues Brothers del 1980 è uno dei film musicali più celebri della storia del cinema grazie ai suoi iconici protagonisti, magistralmente interpretati da Dan Aykroyd e dal compianto John Belushi, e alla colonna sonora ricca di brani diventati negli anni dei veri e propri cult interpretati con ospiti leggendari come John Lee Hooker, James Brown e Ray Charles.

Non c'è nessuno che non conosca She Caught the Katy o Gimme Some Lovin' cantate dai due fratelli della finzione cinematografica e dalla Blues Brothers Band, ma ciò che forse molti non sanno è che nessuno degli undici brani che compongono la colonna sonore ufficiale è inedito: si tratta infatti di altrettante cover di pezzi storici del soul, del rock and roll e ovviamente del blues.

Ignorare da dove sono stati tratti questi brani significa ignorare la tradizione da cui i Blues Brothers hanno attinto e non si può cogliere appieno la grandezza di questo film se non conoscendo quali sono i musicisti a cui la band si è ispirata.

Vediamo allora di seguito da dove sono tratti gli undici brani che Jake ed Elwood con la loro band hanno reinterpretato e personalizzato.

  • She Caught the Katy: brano scritto dal Yank Rachell e Taj Mahal per l'album The Natch'l Blues di quest'ultimo pubblicato nel 1968. Da allora vanta numerose cover di cui molte eseguite proprio da Taj Mahal con diversi ospiti.
  • Peter Gunn Theme: brano strumentale composto da Henry Mancini per l'omonima serie televisiva nel 1959. Anch'esso è stato reinterpretato numerosissime volte, tra le versioni più famore ricordiamo quella degli Emerson, Lake & Palmer e quella degli Art of Noise.
  • Gimme Some Lovin': pezzo degli Spencer Davis Group pubblicato nel 1966; nonostante sia stato scritto da tutti e tre i membri del gruppo sui dischi della band il brano è accreditato solo a Steve Winwood, mentre nella colonna sonora di The Blues Brothers l'informazione è riportata correttamente. La canzone prende in prestito il riff di (Ain't That) A Lot of Love di Homer Banks uscita lo stesso anno.
  • Shake a Tail Feather: canzone del gruppo soul Five Do-Tones uscita nel 1963 e utilizzata nel 1988 per la colonna sonora del film Hairspray (Grasso è bello nella versione italiana).
  • Everybody Needs Somebody to Love: forse il pezzo più famoso tra quelli eseguiti dai Blues Brothers, l'originale è di Salomon Burke e risale al 1964. Anche la parte parlata all'inizio del brano è presente nell'originale, così come nella versione del film.
  • The Old Landmark: brano gospel tradizionale inciso per la prima volta nel 1949 con arrangiamento di Virginia Davis. Secondo alcune fonti sarebbe stato scritto da William Herbert Brewster, secondo altre da Adeline Brunner (sulla colonna sonora del film è attribuito proprio a quest'ultima). Nel film è eseguito da James Brown con il James Cleveland Choir e cori di Chaka Khan.
  • Think: il brano è stato originariamente inciso da Aretha Franklin nel 1968 e in questa versione è eseguito dalla stessa Franlkin con cori di Jake, Elwood, Brenda Corbett, Margaret Branch e Carolyn Franlkin, sorella di Aretha, con l'aggiunta del sassofono suonato da Lou Marini. Questa versione è ampiamente più famosa dell'originale.
  • Theme from Rawhide: originariamente scritto nel 1958 da Ned Washington e Dimitri Tiomkin e cantato da Frankie Laine per la serie televisiva Rawhide (Gli uomini della prateria nella versione italiana). Tra la varie cover che negli anni hanno omaggiato il brano ricordiamo quella dei Litfiba nell'album Pirata del 1989.
  • Minnie the Moocher: il brano originale era stato scritto e registrato nel 1931 da Cab Calloway che nel film la ripropone a distanza di quasi cinquant'anni in versione sostanzialmente uguale all'originale con la sola aggiunta dei cori della Blues Brothers Band.
  • Sweet Home Chicago: è uno degli standard blues più noti di tutti i tempi, scritto e registrato da Robert Johnson nel 1936 negli anni è stato interpretato da innumerevoli artisti. Nel film, come dice Jake, è dedicato alla memoria del grande bluesman Magic Sam.
  • Jailhouse Rock: scritto in origine da Jerry Leiber and Mike Stoller nel 1957 e interpretato da Elvis Presley per la colonna sonora del film omonimo di cui era ovviamente anche l'attore principale.

giovedì 18 febbraio 2016

Myrath - Legacy

A cinque anni di distanza dal bellissimo Tales of the Sands tornano i tunisini Myrath con un nuovo album intitolato Legacy pubblicato il 12 febbraio di quest'anno. Il disco è stato anticipato dall'uscita del video del singolo Believer pubblicato il 29 gennaio. Il video vede la band entrare in un negozio di antichità, probabilmente proprio in Tunisia, e mentre i musicisti discutono con il negoziante il cantante Zaher Zorgati (che per oscuri motivi indossa due diverse paia di occhiali da sole a seconda dell'inquadratura) si allontana e trova una clessidra coperta da un panno che si rivela essere una macchina del tempo che trasporta il gruppo nell'alto medioevo in un'ambientazione da Prince of Persia dove Zaher deve scappare da miliziani del sultano che lo vogliono uccidere e correrà nel deserto tra mercanti e splendide danzatrici. Già dal primo video si può capire come la musica proposta dalla band resta fedele al proprio modello con ricche melodie power metal che si mischiano alla musica araba tipica delle loro terre, e oltre alla musica dobbiamo elogiare anche le immagini e i colori del video che sono davvero notevoli, con la tinta della sabbia sterminata del deserto che sembra avvolgere e trasformare tutto ciò che le sta intorno.

L'intero album conferma quanto Believer ha anticipato: i Myrath propongono, così come in Tales of the Sands, del power metal ispirato a modelli come i Symphony X o i Kamelot arricchito dalle sonorità tipiche delle loro terra sia nella musica che nel cantato. I Myrath sono un caso unico nel panorama dell'oriental metal, di cui sono tra i principali esponenti, in quanto non attingono da stili estremi come il black metal o il death metal ma da tradizioni più melodiche creando così una musica ricca di spunti e suggestioni.

Il nuovo album si apre con una traccia introduttiva strumentale intitolata Jasmin dalle sonorità decisamente arabe e lontanissime da ogni forma di metal ed è composto da undici tracce (dodici nell'edizione americana grazie a una bonus track) di cui quattro ballad, Nobody's Lives, Through Your Eyes, I Want to Die e Duat, e le restanti forti e veloci sostenute del potente suono delle chitarre elettriche. E' difficile scegliere brani migliori di altri perché tutti i pezzi sono di buon livello come la band ci ha abituato negli album precedenti; ovviamente i pezzi più interessanti sono quelli con maggiori inserti di musica araba come la già citata Nobody's Lives e Storm of Lies, impreziosite anche da alcune parti cantante il lingua tunisina, e le energiche The Needle, The Unburnt e Endure the Silence.

La bonus track Other Side è un bellissimo midtempo che si differenzia dagli altri pezzi del disco per il suo ritmo che non trova simili tra le altre tracce del disco e coniuga la forte base musicale alla melodia del canto, inoltre il brano è arricchito da un bellissimo coro di voci femminili nell'inciso e rende sicuramente preferibile l'acquisto della versione americana dell'album per non dover rinunciare a questo piccolo gioiello.

Ancora una volta i Myrath sfornano un album sicuramente molto valido che continua sulla strada già tracciata dal gruppo tunisino e offre una bella ventata di novità nel panorama metal mondiale. E vista un'altra volta la qualità e la creatività dei Myrath non resta che sperare che non passino altri cinque anni prima che realizzino un nuovo disco.

giovedì 11 febbraio 2016

Hei Bao - Hei Bao

Gli Hei Bao (黑豹乐队 in ideogrammi cinesi e spesso chiamati Black Panther nei testi occidentali) sono una delle band di punta della scena rock cinese che negli anni 80 e 90 ha prodotto molte formazioni di rilievo. Il gruppo è stato fondato a Hong Kong nel 1987 dal cantante Dou Wei (che dopo il primo album del gruppo avvierà una carriera solista di successo), dal chitarrista Li Tong, dal batterista Zhao Mingyi, dal bassista Wang Wenjie e dal tastierista Luan Shu e ha pubblicato il proprio primo ed eponimo album nel 1992.

Il disco che porta il nome della band è composto da dieci tracce e si apre con il forte e trascinante brano Wu Di Zi Rong (无地自容) che rimarrà negli anni il pezzo più rappresentativo della produzione della band in cui il suono delle chitarre e il potente cantato di Dou Wei mostrano da subito quali sono le caratteristiche distintive del gruppo. La musica degli Hei Bao si basa infatti su un rock graffiante e di grande presa che resta subito in testa e che non necessita di molti ascolti per venire apprezzato. L'album contiene anche ben cinque brani lenti molto melodici in cui anche il suono delle tastiere esce con prepotenza come Kao Jin Wo (靠近我), Pai Ni Wei Zi Ji Liu Lang (怕你为自己流泪), Bie Qui Zao Ta (别去糟蹋), Take Care e Don't Break My Heart (il titolo delle ultime due è riportato in inglese anche sui dischi originali e cantato nella medesima lingua); in particolare quest'ultima è uno dei pezzi migliori dell'album e grazie alle suo sonorità morbide e patinate ricorda molto le ballad di gruppi angloamericani dello stesso periodo. Non mancano anche due brani di rock più allegro e dalle tonalità più festose come Lian Pu (脸谱) e Yan Guang Li (眼光里), ma i migliori restano quelli più energici come la già citata traccia di apertura, Ti Hui (体会) e Bie Lai Jiu Chan Wo (别来纠缠我) che danno modo al cantante di mostrare la sua notevole estensione vocale.

Gli Hei Bao creano un rock divertente e di facile presa e anche grazie alla varietà dei suoni che la band riesce a creare l'album non stanca mai perché non ci sono due brani che si assomiglino. Il primo disco non ha costituito un'eccezione nella produzione del gruppo che da allora continua a sfornare ottimi album di puro rock divertente e trascinante nonostante i numerosi cambi di formazione. Dow Wei infatti abbandonerà il gruppo subito dopo l'uscita del primo album lasciando dapprima il ruolo al tastierista Luan Shu che pure lascerà la band nel 1994 per essere sostituito da altri vocalist. Gli unici che restano tuttora della formazione originaria sono Li Tong, Zhao Mingyi e Wang Wenji che riescono a distanza di quasi tre decenni a dare continuità al suono del gruppo che nonostante il passare degli anni suona ancora fresco ed energico come agli inizi.

giovedì 4 febbraio 2016

I Litfiba con Filippo Margheri

L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale in seguito alla pubblicazione dell'EP "Il Mostro" nell'agosto del 2016.

Piero Pelù e Gianluigi Cavallo non sono gli unici cantanti ad aver ricoperto il ruolo di front-man dei Litfiba nei quasi quattro decenni della loro carriera. Tra l'abbandono di Cabo alla fine del 2006 e il ritorno di Pelù nel 2009 vi fu un breve periodo in cui la band fiorentina ebbe un terzo cantante: Filippo Margheri.

Pochi mesi dopo l'abbandono di Cavallo, Ghigo Renzulli cercò un nuovo vocalist nel tentativo di rilanciare la band e lo individuò nel giovanissimo Margheri, nato a Firenze nel 1980, che era stato fino al 2003 leader di un gruppo underground chiamato MiiR che cantava in inglese.

Il primo brano realizzato dai Litfiba con Margheri fu Effetti Collaterali pubblicato nell'agosto del 2008, un rock graffiante, aspro e in parte anche piuttosto grezzo ma di grande impatto sonoro ed efficacia; Margheri cantava con uno stile proprio, non tentando di imitare i suoi predecessori e il primo brano fu davvero ottimo. Di Effetti Collaterali venne anche realizzato un video in cui si vede la band suonare e nella stanza accanto il cantante che lotta contro un uomo incappucciato che alla fine si scopre essere lo stesso Margheri.

Dopo il primo brano, il gruppo realizzò un EP pubblicato a gennaio del 2009 e diffuso solo in formato digitale intitolato Five on Line registrato in presa diretta e composto da cinque brani: tre inediti e due versioni nuove di brani vecchi. Le due autocover sono Animale di Zona (cantata originariamente da Pelù) e Luce che Trema (cantata originariamente da Cabo) entrambe riproposte in versione sostanzialmente uguale all'originale. Oltre a queste l'EP contiene Effetti Collaterali 1.1, nuova versione del pezzo già edito, l'aggressiva e penetrante Sepolto Vivo e Terra di Nessuno che richiama le sonorità new wave degli esordi del gruppo negli anni 80. Di tutti i cinque brani furono anche realizzati dei video che mostrano semplicemente il gruppo in sala d'incisione che registra i pezzi.

Dopo Five on Line i Litfiba pubblicarono anche i brani Sepolto Vivo 2.0, nuova versione del brano dell'EP a cui sono aggiunti vari suoni in post produzione tra cui l'introduzione al pianoforte e la seconda voce nel ritornello, e Rabbia in Testa che prosegue sulla strada del rock graffiante che ha caratterizzato la musica della band fiorentina in questo breve periodo.

Alla pubblicazione dell'EP e delle due nuove tracce avrebbe dovuto seguire un tour di promozione ma alla fine i concerti furono solo due nel settembre del 2009: uno ad Aosta e uno a Modena. In queste date la band propose un nuovo brano inedito intitolato Il Mostro, un rock veloce che pur non discostandosi molto dalle produzioni dei Litfiba di quel periodo sembra un collage di altri brani scritti in precedenza come Resta o Gira nel mio Cerchio. La versione de Il Mostro registrata in studio è stata pubblicata solo nell'agosto del 2016 dal Ghigo Renzulli Fan Collaborative all'interno di un EP che porta il titolo stesso del pezzo inedito e che contiene anche Mr. Hyde, Oceano, Luce Che Trema e Sottile Ramo registrate dal vivo al concerto di Aosta il 6 settembre del 2009.

Purtroppo questo breve esperimento non raccolse l'interesse dei media e dei fan e a novembre del 2009 il gruppo annunciò la chiusura di questa fase e la sospensione delle attività. Non possiamo dire che si tratti di un'occasione sprecata perché l'abbandono di Margheri fu quasi contestuale al ritorno di Pelù avvenuto il mese dopo, ma sicuramente Filippo si dimostrò ampiamente all'altezza della prova e bravissimo come cantante e come autore. In realtà non sapremo mai se Margheri sarebbe stato in grado di scrivere e registrare con Renzulli un intero album, ma sappiamo per certo che i pochi brani che ha scritto e inciso sono ottimi e che è un vero peccato che un talento di questa portata resti ai margini della scena musicale.

giovedì 28 gennaio 2016

Chris Weaver Band: southern rock da Nashville

Dovendo dare una definizione alla musica della Chris Weaver Band è inevitabile ricorrere all'etichetta del southern rock. Ma già dal primo ascolto si capisce che il suono della band è ricco di tante influenze di generi diversi al punto che qualunque etichetta risulta inevitabilmente troppo specifica. Il primo brano del loro primo album si intitola Blues, Soul and Rock and Roll e chiarisce da subito che il gruppo propone un bel mix di stili diversi, sulla biografia pubblicata sul loro sito internet definiscono la loro musica come Mixing southern rock, soul, and country blues e il cantante del gruppo cita tra i musicisti che più lo hanno ispirato Tom Petty, Bob Seger, John Mellencamp e Joe Cocker a riprova del fatto che le influenze musicali che caratterizzano la musica del gruppo sono davvero varie.

Chris Weaver nacque in West Virginia, ma è dopo il trasferimento a Nashville che fondò la band che porta il suo nome; oltre allo stesso Weaver alla voce e alla chitarra il gruppo è composto da Colin Poulton alla seconda chitarra, Andy Leab al basso e Tyler Parkey alla batteria.

La band nel 2010 incise il primo album intitolato Standing in Line. Il disco è composto da 11 tracce con una buona alternanza di pezzi veloci ed altri più melodici come la bellissima ballad So Damn Beautiful. Tra i brani energici spiccano il già citato pezzo di apertura, la festaiola Last Summer e la title track, mentre tra i quelli più melodici si distinguono anche Tear Me Up e No Time to Cry. Tutte le tracce del disco sono comunque di buon livello e l'intero album non ha un attimo di noia. L'atmosfera creata dalla musica del gruppo è sempre positiva, gioiosa e molto country e southern e sembra trasportare nelle migliori feste del sud degli Stati Uniti con i suoi brani divertenti e allegri.

Il secondo album della band intitolato American Dreamer è uscito nel 2013 prodotto da Josh Leo, già produttore di band come gli Alabama o i Lynyrd Skynyrd di cui la Chris Weaver Band continua la tradizione. Il disco prosegue sulla strada segnata dal precedente ma spostando la propria musica sempre più verso il country e accentuando ancora di più l'allegria espressa dai brani; la mano del produttore si sente distintamente e i pezzi sono molti più patinati e accattivanti rispetto a quelli di Standing in Line. L'album parte alla grande con l'ottima Gravy Train sostenuta dalla chitarra e dalla voce del frontman; troviamo poi la bellissima Raise the Dead impreziosita dal coro di voci femminili sul ritornello che apre il brano a cappella e che si ritrova poi all'interno del pezzo. Il brano migliore resta comunque la title track energica e trascinante. Molto bella è anche Without Chains che ripropone la formula del coro di voci femminili che fanno la seconda voce nel ritornello. Nel disco non mancano momenti più d'atmosfera con dei brani più lenti come California High, Time Has Wings e I Should Have Said That proposta anche in versione acustica.

E' un vero peccato che gruppi rock così energici e sanguigni vengano praticamente ignorati al di fuori del loro paese perché la musica della Chris Weaver Band è davvero ottima e meriterebbe di valicare i confini. Non possiamo che restare in attesa che la band pubblichi i suoi prossimi lavori che sicuramente ci regaleranno dell'altra ottima musica.

giovedì 21 gennaio 2016

La morte di Whitney Houston

La vita di Whitney Houston si spense l'11 febbraio del 2012 nella stanza 434 del Beverly Hilton, al numero 9876 di Wilshire Boulevard a Bevery Hills dove la cantante si trovava per partecipare alla consueta festa che il produttore Clive Davis organizza annualmente la sera prima della cerimonia dei Grammy Awards. Whitney era arrivata il 6 febbraio firmandosi al check-in con il nome di Elisabeth Collins, pseudonimo ispirato al nome della nonna materna che si chiamava Sarah Elisabeth Collins Houston, inoltre la stessa Whiteny aveva Elisabeth come secondo nome. Insieme a lei viaggiavano la sua assistente Mary Jones e la guardia del corpo Ray Watson. La festa di Clive Davis si sarebbe tenuta il sabato sera, proprio il giorno della sua morte.

Whitney passò la serata precedente al bar dell'Hilton con altri ospiti dell'albergo bevendo fino a tardi. Nel primo pomeriggio di sabato 11 telefonò alla cugina, la famosa cantante Dionne Warwick, per assicurarsi che le due sarebbero state sedute allo stesso tavolo alla festa, in seguito la Warwick riportò che Whitney a quell'ora stava bene ed era di buon umore in vista della serata che le aspettava.

Poco prima delle 15 Whitney disse alla Jones di sentirsi la gola secca e di avere questa sensazione da alcuni giorni, l'assistente le consigliò di farsi un bagno per rilassarsi e di prepararsi per la serata. Quindi Mary uscì dalla stanza e alle 15:15 Whitney sentì al telefono anche la madre, la cantante Cissy Houston, che pure confermò in seguito che la figlia stava bene.

Alle 15:36, come confermato dal sistema elettronico di rilevamento delle aperture delle porte dell'albergo, la Jones tornò nella stanza, aprì con la propria chiave elettronica e non vide la cantante in giro, la cercò in bagno dove vide dapprima il pavimento bagnato e un attimo dopo la Houston priva di sensi stesa nella vasca piena a faccia in giù. Il rubinetto era comunque chiuso. L'assistente provò a estrarla dalla vasca, ma non riuscì. Chiamò quindi Watson e insieme trassero il corpo dalla vasca deponendolo sul pavimento del salotto della suite spostando il divano in modo da creare più spazio; alle 15:43 Watson chiamò la reception chiedendo di chiamare il 911. Arrivarono dapprima alcuni agenti di polizia e i paramedici dei vigili del fuoco già presenti nell'albergo per via del grosso evento che avrebbe avuto luogo la sera, i paramedici tentarono la rianimazione cardio-polmonare, ma invano. Alle 15:55 Whitney Houston fu dichiarata morta.

Il corpo rimase a lungo nella stanza 434 e il medico legale ne ordinò la rimozione solo dopo dieci ore, quando la festa di Davis. che si tenne comunque, era già abbondantemente iniziata nell'imbarazzo di molti degli ospiti. Il medico legale nel suo rapporto definitivo scrisse che la causa del decesso fu annegamento dovuto ad aterosclerosi (malattia cardiaca di cui soffriva) e uso di cocaina, sostanza che la cantante usava regolarmente come confermato dalle perforazioni nel setto nasale riscontrate dal coroner. Il medico scrisse anche di aver trovato nella stanza molte medicine, tra cui ansiolitici e miorilassanti, che le erano state prescritte, posaceneri colmi di cicche di sigarette, bottiglie di alcolici e uno specchio con della polvere bianca. In bagno sul ripiano del lavello fu trovato anche un cucchiaino con una sostanza cristallina e un foglio di carta arrotolato accanto al cucchiaio, segno che la cantante aveva assunto cocaina poco prima di immergersi nella vasca. Anche l'esame tossicologico confermò la presenza nel suo sangue di cocaina e alti livelli di benzoilecgonina, il principale metabolita della cocaina.

Del resto Whitney aveva consumato cocaina varie volte durante la sua permanenza al Beverly Hilton e non sono solo gli oggetti trovati nella sua stanza a confermarlo. Intervistato dal documentario delle serie Autopsy di Channel 5 dedicato alla morte di Whitney Houstion lo spacciatore abituale della cantante, che appare nel documentario con il viso coperto, racconta di averle consegnato cocaina all'Hilton più volte durante quei cinque giorni. L'uomo le si avvicinava fingendosi un fan e porgendole una biro come se volesse un autografo. La cantante, che conosceva la procedura, estraeva dalla borsa un quaderno in cui aveva nascosto nelle banconote e dopo averlo autografato lo porgeva all'uomo tenendosi in cambio la biro che era in realtà piena di cocaina. Inoltre secondo un'indagine di TMZ l'uomo che le fornì la cocaina in quei giorni riuscì a rimuoverne alcune quantità dalla stanza dopo la morte della cantante e prima che arrivassero le autorità, non c'è modo di verificare indipendentemente questa asserzione che in realtà appare poco credibile perché non si capisce quando l'uomo sarebbe entrato senza essere notato, come avrebbe fatto a sapere che la cantante era morta prima che ne venisse diffusa la notizia e soprattutto TMZ sostiene che nella stanza non vi fossero più tracce di cocaina quando arrivarono le autorità ma questo, come abbiamo visto, non corrisponde al vero.

Secondo quanto sostenuto da Autopsy il grave errore della cantante fu di aver riempito la vasca con acqua troppo calda, infatti quando fu misurata sei ore dopo l'incidente era ancora oltre 34 gradi. Dopo aver chiuso il rubinetto la Houston sarebbe quindi entrata in piedi nella vasca sotto l'effetto della cocaina e lo stordimento della droga le avrebbe impedito di percepire lo shock termico dell'acqua eccessivamente calda, lo shock le causò un crollo della pressione sanguigna e la conseguente perdita di sensi la fece cadere nella vasca, l'aterosclerosi e l'effetto della droga le impedirono di riprendere conoscenza e la cantante annegò nell'acqua.

Sebbene non vi siano seri motivi per dubitare della ricostruzione del medico legale, anche la morte di Whitney Houston ha generato varie teorie del complotto secondo cui la cantante sarebbe in realtà stata uccisa. E' quanto sostiene il detective privato Paul Huebl le cui motivazioni sono però piuttosto risibili. Secondo Huebl durante il periodo in cui Whitney è rimasta da sola in stanza, un gruppo di aggressori non meglio identificato sarebbe entrato nella stanza, l'avrebbe aggredita e poi tenuta con la testa sott'acqua forse solo per spaventarla e non con l'intenzione di ucciderla. L'unica motivazione addotta da Huebl sono le abrasioni trovate sul corpo della Houston e gli slittamenti della pelle rilevati dal medico legale, la causa scatenante sarebbe un debito per droga mai saldato. Ma la spiegazione data da Autopsy è molto più semplice: le abrasioni alla testa furono causate dalla caduta nella vasca, e il tentativo di estrarla a peso morto dalla vasca e la rianimazione causarono le altre. Lo slittamento della pelle è dovuto invece alla lunga permanenza nell'acqua calda.

Inoltre come tutte le teorie del complotto si basa su dettagli insignificanti e ne ignora altri ben più significativi. Huebl ad esempio non considera il fatto che la Houston è stata trovata nella vasca nuda e ci sembra piuttosto bizzarro che la cantante potesse ricevere ospiti nuda. Del resto la porta non è stata forzata, né il sistema di rilevamento elettronico delle aperture delle porte dell'albergo ha registrato un passaggio della chiave prima di quello di Mary Jones. I vestiti avrebbero comunque esserle stati strappati, anche solo un accappatoio, ma se davvero ci fosse stata una colluttazione in quella stanza il mobilio e gli oggetti di Whitney sarebbero stati in disordine ma la camera come descritta dal medico legale nel rapporto è invece ordinata con tutti gli oggetti disposti in modo coerente, questo dettagli è confermato anche dalle poche foto che sono state pubblicate in esclusiva da TMZ. Nemmeno Mary Jones ha mai riportato di aver trovato nella stanza un disordine sospetto.

In ultimo se la Houston fosse stata aggredita avrebbe verosimilmente urlato e in un hotel gremito come quello qualcuno avrebbe sentito le grida. Ma nessuno dei testimoni mai riportò nulla del genere. L'unico dettaglio sospetto è il fatto che il coroner precisa che la patente di guida di Whitney è stata sottratta dal portafogli prima del suo arrivo, ma questo non indica in alcun modo che si sia trattato di un omicidio piuttosto sembra indicare che tra le persone che sono entrate nella stanza qualcuno abbia raccolto un cimelio.

Ancora una volta anche nel caso di Whitney Houston le teorie del complotto sembrano solo il parto delle menti troppo fervide di chi intende lucrare su morti famosi.

Oltre a quelle già citate le fonti che abbiamo utilizzato per la nostra ricerca sono gli articoli di ABC News A Timeline of Whitney Houston's Final Days e Whitney Houston: 'White Powder' Found on Spoon in Hotel Room, Whitney Houston found dead in a bathtub at Beverly Hilton Hotel del New York Daily News e We'll always love you: Whitney is carried from funeral to sound of her greatest hit - but Bobby Brown storms out in row over seating del Daily Mail.


Nota: Il 19 novembre del 2014 il conduttore radiofonico Adam Corolla ha sostenuto nel suo programma The Adam Corolla Show che lo spacciatore intervistato nella puntata di Autopsy sia in realtà un attore e che l'intervista fosse quindi falsa. Il presunto attore ha partecipato alla trasmissione di Corolla, tuttavia non abbiamo potuto confrontare le voci perché il podcast della puntata non è più disponibile, ma guardando le foto pubblicate dal sito dell'Adam Corolla Show non ci sembra proprio che l'uomo intervistato da Corolla sia lo stesso apparso in Autopsy, in particolare la bocca e nello specifico il labbro superiore sembrano notevolmente diversi. Inoltre l'uomo intervistato da Corolla ha sostenuto di aver interpretato l'autista di Whitney Houston in un'intervista telefonica nella stessa puntata di Autopsy, ma questo è falso come è facilmente verificabile visionando Autopsy. L'ipotesi più probabile è che l'uomo intervistato da Corolla sia un mitomane che nulla ha in comune con lo spacciatore di Whitney Houston. Detto ciò, che la testimonianza dello spacciatore di Autopsy sia vera o meno non cambia minimamente la ricostruzione della morte della cantante.

lunedì 11 gennaio 2016

ilNero E=MC2 Tour - Desio, 9/1/2016

Ci sono concerti che ti lasciano dentro un qualcosa che poi non sai descrivere, una sensazione di aver partecipato a qualcosa di vero, a un profluvio di emozioni genuine che sgorgano dal cuore. E' questo ciò che ho provato io e gli altri che erano con me al concerto de ilNero al Rock On The Road di Desio il 9 gennaio del 2016. Il pubblico trepidande si è raccolto ai piedi del palco ben prima che la band capitanata da Gianluigi Cavallo (e che vede nella sua formazione anche il figlio Sebastiano come chitarrista) uscisse dai camerini intorno alle 23 accompagnata dalle nuvole di fumo che uscivano dai lati e della title track del loro album E=MC2 che veniva trasmessa dagli altoparlanti.

E da lì in poi è stato solo rock, energia a fiumi per un'ora e mezza di musica ininterrotta. La band sul palco ha un'energia incredibile e trasmette una forza degna dell'olimpo del rock. I "neri" hanno eseguito tutti i pezzi del loro primo album e dalle esecuzioni live emerge la perfezione tecnica che contraddistingue la band che non sbaglia un colpo. Il concerto è partito alla grande con Splendido Girone, per poi proseguire con Cuore, Oltre e tutti gli altri brani che compongono il disco e tutto il pubblico era unito nel cantarli a memoria insieme a Cabo. Oltre a questi ilNero ha eseguito due inediti entrambi in inglese: The Return una ballad che inizia con tastiera a voce che circa a metà concerto ha rallentato per un attimo il ritmo creando un'atmosfera più intima e raccolta e We Are Back vibrante e trascinante rock and roll da headbanging in chiusura del concerto che Cabo usa per lanciare la frase che sintetizza al meglio ciò che abbiamo vissuto: Siamo vivi!

Dopo We Are Back come ultimo brano non poteva mancare la cover di Heroes di David Bowie (in una delle ultime, forse proprio l'ultima, interpretazioni live eseguite quando il Duca Bianco era ancora in vita) che Cabo dedica ai propri sostenitori ma che tutti i presenti in realtà avrebbero dedicato alla band che, va ricordato, non è composta di professionisti ma da informatici che fanno musica per hobby e che nonostante ciò non hanno nulla da invidiare a gruppi blasonati del panorama mondiale.

Dopo Heroes il pubblico ha richiesto alla band un bis, non per consuetudine ma per la vera voglia di stare ancora insieme, di regalarsi altri pochi minuti di musica, forza e amicizia e ilNero ha riproposto Dolce Vita, forse il pezzo migliore dell'album e del concerto, e la cover di Personal Jesus dei Depeche Mode in una versione particolarmente infernale. E mentre ci allontanavamo dal locale c'era la forte sensazione di non essere stati solo a un concerto, ma quasi a un evento in famiglia e tra amici. "Piacere di avervi conosciuto" dicevo a chi aveva cenato con me, con cui avevo scambiato poche parole ma che erano bastate a capire che la passione per il rock ci accomunava. E i sei ragazzi sul palco il rock ce l'hanno nel sangue e l'hanno riversato nell'aria come solo quelli a cui scorre fino al cuore sanno fare. Grazie "neri", alla prossima!